Era perfettamente immobile, con le ginocchia strette al petto. Indossava il maglione giallo brillante che le avevo preparato con cura tre giorni prima, poco prima che mi si rompessero le acque. Ma la bambina dentro quel maglione era una sconosciuta. La bambina rumorosa ed esigente che raccontava le vite delle sue bambole con gioia incontenibile non c’era più.
Era pallida come la morte. La sua pelle aveva un aspetto malaticcio e traslucido. I suoi occhi erano fissi su un punto vuoto dello schermo della televisione, spalancati e immobili. Aveva le mani strette in grembo, le nocche bianche come la neve contro il blu dei jeans. Sembrava un ostaggio che cercava di rendersi il più piccola e invisibile possibile.
“Emma?” sussurrai, la voce rotta dal peso di un improvviso e inspiegabile terrore.
Lei sussultò.
Non fu un normale spavento infantile. Non fu un sussulto di sorpresa. Fu un minuscolo, terrorizzato contraccolpo. Le sue spalle si incurvarono all’istante fino alle orecchie e abbassò il mento, preparandosi al peggio. Fu il sussulto di un animale ferito. Fu una reazione che suggeriva che la mia sola voce fosse stata un colpo fisico.